Cammini

Mons. Giulietti nuovo vescovo di Lucca

Auguri da Cammini d’Europa e da tutto il partenariato di All Routes lead to Rome a don Paolo, il camminatore, nominato da papa Francesco vescovo di Lucca, nel cuore degli itinerari storici di pellegrinaggio che attraversano la Toscana.

Don Paolo viene da Perugia, dove è nato ed è stato fino a pochi giorni fa vescovo ausiliare della Diocesi di Perugia – Città della Pieve, ma nel mondo dei camminatori è noto per l’impegno con la Via di San Francesco e la sua passione per i pellegrinaggi a piedi, con mete che abbracciano l’Europa e il Medio Oriente.

«Il mio viaggio del cuore si chiama pellegrinaggio, ti cambia dentro a patto di lasciarti levigare dalla fatica, dagli incontri, dal tempo che scivola via in maniera diversa, e a patto di non ingoiare voracemente i chilometri in auto, pullman, treno o aereo, ma di macinarli lentamente, uno a uno, a cavallo, in bici o, preferibilmente, a piedi. Torni a casa che non sei più lo stesso». 

Promotore del pellegrinaggio a piedi, è assistente spirituale della Confraternita di San Jacopo di Compostela ed è un grande conoscitore degli itinerari percorsi da milioni di pellegrini ogni anno nel raggiungere le principali mete di spiritualità del continente europeo: ha percorso il Cammino di Santiago una quindicina di volte, ma anche la Via Francigena (che passa proprio per Lucca!), la Via Amerina, la Via Lauretana e il Cammino dell’Arcangelo da Benevento a Monte Sant’Angelo.

E verso i grandi santuari mariani di Lourdes, Fatima, Czestochowa e Loreto, come anche i percorsi verso Gerusalemme e i luoghi sacri di Terra Santa.
Senza certo dimenticare la Via di Francesco, il Consorzio Francesco’s Ways e la pubblicazione di guide per pellegrini.


Nella foto, la sottoscrizione del protocollo di intesa tra Cammini d’Europa e Francesco’s Ways.

Nasce il progetto ”Via Sacra Etrusca’

Nella splendida cornice della città di Volterra è ufficialmente nato il progetto “Via Sacra Etrusca”, con il Comune di Monteriggioni capofila dei comuni di Casole d’Elsa, Colle di Val d’Elsa e Sovicille, oltre Volterra.

Il progetto intende inserirsi nell’ambito dei “cammini storici” valorizzando i territori dei cinque comuni dal punto di vista paesaggistico e culturale con la proposta di trekking ed eventi culturali tramite la promozione di un antico percorso etrusco che costituisca un “pacchetto omogeneo” nell’ottica di un turismo lento.

Il percorso di circa 70 km si snoda attraverso 5 necropoli etrusche, riserve naturali come la Foresta di Berignone, la Montagnola Senese e la Val di Merse, musei archeologici, etnografici e numerose pievi e abbazie medievali.

L’itinerario

L’itinerario è compreso nei territori dei cinque comuni aderenti al progetto: Volterra, Colle di Val d’Elsa, Casole d’Elsa, Monteriggioni e Sovicille.

Si svolge prevalentemente in ambiente boscato, intervallato da radure e qualche coltivo a vigna o olivo, per lo più su strade forestali, qualche breve tratto asfaltato e poco trafficato, mulattiere selciate e comodi sentieri.

Il percorso consente di osservare e visitare le evidenze archeologiche etrusche della necropoli del Portone, necropoli di Dometaia, necropoli Poggio alla Fame, tumulo di Mucellena e necropoli di Malignano, collegate in modo storico e in modalità escursionistica, ipotizzando di seguire una probabile viabilità etrusca, supportata oltre che dalle evidenze archeologiche anche da vari toponimi molto vicini l’uno all’altro ed assolutamente in riga sulla ipotesi viaria.

LE TAPPE DEL PERCORSO:

  1. Volterra – Mazzolla – Dispenza di Tatti- Casole d’Elsa
  2. Casole d’Elsa – Cavallano – Dometaia – Badia a Coneo
  3. Colle di Val d’Elsa – Scarna – Strove – Abbadia a Isola (Monteriggioni)
  4. Abbadia a Isola – Mucellena – Marmoraia – Pernina
  5. Pernna- Sovicille – Malignano

Cammini e treni storici in Monferrato

Il fattore tempo è il mood del progetto “Piccole Italie”, nato per contrastare il fenomeno ormai di massa del turismo mordi e fuggi nelle città d’arte del Bel Paese.

Trekking, bicicletta, treni storici, passeggiate a cavallo, l’importante è viaggiare con lentezza. Il fattore tempo è il nuovo mood del turismo italiano, per contrastare il fenomeno ormai di massa del turismo mordi e fuggi nelle città d’arte del Bel paese.

La filosofia del turismo lento

Il concetto di turismo lento porta con sé tutta una filosofia e rende bene anche sul piano internazionale, perché tutti hanno capito la differenza tra fast food e slow food. Questo il filo conduttore del progetto Piccole Italie, che intende valorizzare i territori italiani meno conosciuti e rilanciarli in chiave sostenibile con esperienze di viaggio innovative, dai treni storici ad alta panoramicità agli itinerari culturali, i cammini, le ciclovie, i viaggi a cavallo.

Dal Romanico alla via  Francigena

Si va dai percorsi dedicati al Romanico Monferrato alle cavalcate Alfieriane, dalla via Francigena a quella del sale, dalla ciclovia Unesco alla Ven.To.

Due le proposte che Sistema Monferrato e La Nuova Provincia vi fanno in quest’ultimo appuntamento del 2018.

Rondò sui binari  del Monferrato

Per domenica 30 dicembre è stato organizzato, da Fondazione FS e da Regione Piemonte, il “Rondò sui binari del Monferrato”, un viaggio tra passato e futuro al ritmo lento del treno storico (un centoporte con locomotiva diesel d’epoca), incantati dalla magia dei luoghi e da un augurio per il nuovo anno dell’artista Antonio Catalano, presente sul treno da Torino ad Asti. Da Asti poi il treno proseguirà per Costigliole, Castagnole Lanze, Canelli, Calamandrana, Nizza Monferrato per poi tornare ad Asti e ripetere il giro due volte. Il biglietto vale l’intera giornata e consente di visitare una o due località, a seconda dell’orario di passaggio del treno.

Costruirsi il proprio percorso

Il calendario degli appuntamenti sul territorio dà a tutti la libertà di costruirsi in autonomia il proprio percorso. Dalla mostra di Chagall ad Asti, alla visita del Castello di Costigliole alla degustazione guidata di 10 diverse Barbera d’Asti docg, dai balli e canti natalizi alla degustazione di Moscato d’Asti dalla Torre del conte Ballada di Saint Robert di Castagnole delle Lanze alle visite delle Cattedrali Sotterranee di Canelli a quella del Castello di Calamandrana, per finire a quella del Campanon, la Torre simbolo della città di Nizza Monferrato. Ovunque la possibilità di fare degustazioni e pranzi in locali selezionati. A Nizza e Canelli i più piccoli potranno divertirsi con le piste di pattinaggio su ghiaccio.
Per prenotazioni e informazioni: www.fondazionefs.it nella sezione “viaggi ed eventi”.

In alternativa al treno storico, si ripropone il percorso che in assoluto ha avuto più successo nel corso del 2018, decine di migliaia le visualizzazioni sul blog di Sistema Monferrato e un pubblico di curiosi e turisti in costante crescita: è il circuito delle Big Bench del Monferrato.

Il circuito delle panchine giganti

Sono le panchine giganti, oltre cinquanta ora tra Langhe e Monferrato, collocate nei luoghi più suggestivi e panoramici delle nostre colline. I nostri consigli? Sono quattro, la prima è la big bench rosso Barbera dell’Azienda Vinicola Cascina Castlet a Costigliole in regione Castelletto: 31 ettari di vigneti, nel cuore delle colline riconosciute Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.
La seconda consigliata in realtà è la prima installata in Monferrato, nel 2017. Da qui puoi vedere un mare di vigneti, i boschi, i borghi e le Alpi. Si chiama “Rosso Grignolino”, la «panchinona» (alta più di due metri e lunga tre e mezzo) si trova in un punto suggestivo di Rosignano Monferrato, in cima ad una collina, nel cuore di una vigna di Grignolino dell’azienda Vicara: il posto perfetto per uno scatto da incorniciare.
L’ultima arrivata è invece quella dedicata al Ruchè e ovviamente si trova a Castagnole Monferrato. Si trova infatti sul cucuzzolo del Bricco Maijoli della Collina Sant’Eufemia (Azienda Ferraris), recentemente premiata come miglior paesaggio vitivinicolo UNESCO. L’installazione è collocata in un punto da cui si gode di un magnifico panorama che spazia su tutto il territorio del Ruchè, con un fantastico scorcio sui castelli di Montemagno e Scurzolengo.

Tutte le panchine giganti sono accessibili sette giorni su sette… giorno e notte!

Cammini religiosi al Consiglio d’Europa

A Strasburgo, presso il Consiglio d’Europa, incontro organizzato dalla missione della Santa Sede presso l’organismo europeo, in collaborazione con il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, dedicato ai percorsi culturali del Vecchio Continente

Itinerari culturali del Consiglio d’Europa”: è il titolo dell’incontro tenutosi a Strasburgo, organizzato dalla missione della Santa Sede presso l’organismo europeo, in collaborazione con il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). Nel 2018 la Santa Sede ha aderito ufficialmente all’Accordo parziale allargato del Consiglio d’Europa sugli itinerari culturali siglato nel 2010.

Santiago de Compostela e gli altri cammini

L’organizzazione con sede a Strasburgo nel 1987 lanciò il programma sugli itinerari culturali, con lo scopo di certificare quelli più significativi per l’identità culturale europea. Il primo itinerario ad essere certificato è stato il cammino di Santiago de Compostela, seguito da una trentina di altri, molti dei quali hanno un chiaro riferimento religioso.

Conferenze episcopali e diplomatici

All’evento presso il Consiglio d’Europa, nell’Anno del patrimonio europeo, partecipano tra gli altri mons. Paolo Rudelli, osservatore permanente della Santa Sede a Strasburgo, e il cardinale Angelo Bagnasco, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, oltre ai delegati di più di 15 Conferenze episcopali europee e ai membri delle delegazioni diplomatiche. Tra le relazioni in programma anche quella di don Michele Falabretti, responsabile del Servizio di pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana, che ha sottolineato come l’iniziativa “intende far emergere il valore della trama che le strade e i cammini disegnano sulla cartina dell’Europa, ma che poi diventa la trama di relazioni che si costituiscono e di una spiritualità che nel tempo continua”.

Le radici europee

Una spiritualità che riscopre le radici del Continente europeo. “Non possiamo dimenticare – aggiunge don Falabrettiche la cultura in Europa è stata tracciata e segnata fondamentalmente dalle strade della fede, dei pellegrinaggi, oltre che ovviamente da quelli commerciali. Però le strade e i pellegrinaggi dicono di una radice che appunto è profonda e va lontana nel tempo”.

I Cammini in Italia

L’intervento ai lavori del responsabile del Servizio di pastorale giovanile della Cei è dedicato a: “I cammini 2018”, intrapresi nei mesi precedenti il Sinodo dedicato ai giovani: “La scorsa estate noi, come Chiesa italiana, abbiamo chiesto alle diocesi di organizzare cammini e ne sono stati organizzati circa 90, perché le diocesi si sono un po’ raggruppate, messe insieme. Da nord a sud, santuari, luoghi di spiritualità e di cultura diversi sono diventati le mete dei cammini dei giovani. Per esempio, le diocesi di Udine, Gorizia e Trieste sono riuscite ad organizzare un percorso che partisse dal tema della Prima Guerra Mondiale – quindi ha attraversato i luoghi teatro del conflitto che si è chiuso 100 anni fa – per arrivare a fare la catechesi nella Basilica patriarcale di Aquileia, recuperando i mosaici costantiniani. La Calabria – prosegue don Falabretti – ha unito Serra San Bruno con San Francesco di Paola. La Sicilia ha riscoperto un’antica tradizione che ricorda Santa Rosalia, che sembra sia partita da Agrigento e poi sia arrivata a Palermo”.

Possibilità e significati

Tali cammini “sono stati una prima esperienza vissuta così in Italia, in modo così diffuso sul territorio”. Ora se ne parla al Consiglio d’Europa “perché questa esperienza ha fatto emergere alcune possibilità e significati: l’incontro tra le persone e la vita di fede; la possibilità di forme pastorali nuove; il tema dell’ascolto e dell’accompagnamento delle persone”. “Il cammino è stato in Italia la possibilità di leggere, riscoprire le radici del territorio. E quindi i ragazzi hanno preso contatto con luoghi che abitano tutti i giorni ma che non sono mai stati capaci di vedere in quel modo, perché il cammino richiede lentezza, calma, capacità di avere uno sguardo attorno a sé che è diverso”.

La Tomba di Pietro

Anche il recente Sinodo ha avuto uno dei suoi momenti importanti nel pellegrinaggio alla Tomba di San Pietro: “Tutti i cammini che sono stati organizzati quest’estate – prosegue il rappresentante della Cei – hanno avuto come destinazione finale la Tomba di Pietro. Il significato è stato interessante. Non abbiamo bisogno di annullare le differenze: abbiamo mantenuto l’idea dell’originalità dei propri territori e nello stesso tempo però abbiamo cercato di dimostrare che l’arrivo alla Tomba di Pietro, con la Messa finale, era la destinazione naturale di chi condivide la stessa fede. Quindi lo stesso cammino non significa percorrere esattamente le stesse strade: si possono fare strade diverse e sentirsi uniti nello stesso cammino. Questo era il messaggio e il significato che il Sinodo e l’esperienza della scorsa estate hanno cercato di mostrare”.

Interventi del cardinale Bagnasco e di mons. Rudelli

Di un “turismo più autentico” parla il cardinale Bagnasco nel suo intervento, evocando un “incontro tra culture e tra popoli”, “un assaggio della grande diversità e insieme della sinfonia della cultura europea”: si tratta di “un elemento assolutamente centrale per la costruzione del progetto di integrazione europea”, perché l’Europa “è una comunità costituita da popoli e culture variegate, eppure legate da una storia condivisa, nella quale il cristianesimo ha giocato un ruolo decisivo”.
Essa è di fatto una “comunità di destino” e il futuro della sua integrazione “passa necessariamente dalla capacità di mettere in dialogo, in forma creativa e aperta al futuro, le culture che la compongono”.
La convinzione della Santa Sede d’altra parte, ricorda mons. Rudelli, è che “il processo di integrazione europea trovi un luogo essenziale di realizzazione nel dialogo, nella sinfonia tra le diverse culture che costituiscono l’identità dei nostri popoli”.


Tratto da Vatican News

La via dei Sassi, da Bari a Matera

“La via dei Sassi” è un libro di Andrea Mattei per Ediciclo editore che racconta i percorsi da Bari a Matera, attraversando gli splendidi paesaggi dell’ambiente selvaggio delle Murge. Ne pubblichiamo l’introduzione.

Un dedalo di sentieri invisibili. Un reticolo misterioso che gli europei chiamano Piste del Sogno o Vie dei Canti, e gli aborigeni Orme degli Antenati o Via della Legge. È il tessuto connettivo dell’Australia narrato da Bruce Chatwin, l’antico intreccio di cammini che copre tutto il continente australe. Secondo i miti aborigeni sulla creazione, fu percorso nell’epoca ancestrale del dreamtime da creature totemiche che, cantando il nome di ogni cosa – uccelli, animali, piante, rocce, pozzi – col loro canto fecero esistere il mondo.

Hai tre direttrici come opzioni percorribili a piedi quando ti trovi a Bari – ché il mare non è fatto per noi viandanti. Puoi risalire il filo di costa verso le scogliere del Gargano o puntare in basso alla scoperta delle bianche spiagge del Salento. Ma è la terza opzione la più affascinante e misteriosa, perché via sconosciuta e tutta da svelare: voltar le spalle all’Adriatico e guardare con decisione di fronte a te, a quel gradino carsico che, parallelo, si staglia all’orizzonte e che apre le porte a un mondo antico, un ambiente selvaggio che si innalza sopra le mete tradizionali e più scontate del turismo di massa.

Partire dalla Basilica di San Nicola e raggiungere Matera a piedi in sette giorni è la tua strada, un viaggio nel cuore della Puglia più vera che poi si fa Basilicata, in un territorio ancora in gran parte incontaminato. Ancestrale anch’esso, così legato ai suoi miti, ad antichissime tradizioni e rituali consolidati. “Anzitutto la Puglia è un’espressione archeologica. La nostra vita fu” scriveva Tommaso Fiore. La Murgia è “una Puglia non letteraria, non retorica, del tutto ignorata, desolata, tetra, respingente, disperata, da tutti per calcolo e per viltà trascurata“.
C’è appunto la Murgia trascurata da attraversare. O, meglio, le Murge, terre dalle mille facce e le infinite sfumature, da ambienti variegati che si susseguono tra boschi secolari e steppe sconfinate e (solo apparentemente) desolate, dai colori e profili che cambiano radicalmente a ogni stagione: “A primavera i terreni meno magri diventano enormi riquadri verdi, tra cui arde qualche fiammata della senape in fiore, e il piano si riaccende tutto del giallo di narcisi, del rosso di papaveri selvatici, del bianco di ombrelline”.

Terre di incontri sorprendenti, con animali e piante sconosciute, con storie e tradizioni fantastiche, e soprattutto con genti che dell’ospitalità hanno fatto il loro tratto distintivo. Un’accoglienza fuori tempo e fuori moda che, forse, nasce dall’orgoglio del proprio territorio, dalle radici che – come quelle dell’ulivo che qui è di casa – sono capaci di penetrare nelle profondità carsiche più remote, in cerca di linfa e nutrimento.

La Via Peuceta del Cammino Materano fa questa strada: centosessanta chilometri o giù di lì che si srotolano in lieve ascesa tra città antichissime e altipiani selvaggi, Altamura, Gravina e infine Matera, chiese rupestri e abitati ipogei, soprattutto vicende famose e inaspettate, perché questa è terra di personaggi storici entrati nell’identità popolare e di leggende narrate a ogni passo, miti, magie e misteri, imperatori adorati e scomunicati e santi inventati di sana pianta, briganti e contadini, lupi e dinosauri, balene e cinghiali, tutto perennemente in bilico tra preistoria e contemporaneità.

E c’è una base su cui tutto questo poggia, uno zoccolo duro che tiene insieme questi mondi e queste genti, duro come pietra, appunto. È la “scabrosità del calcare” – per dirla ancora con Fiore -, perché di calcarenite è fatto il suolo che calpesti, roccia sotto i piedi e davanti agli occhi, che emerge dal terreno per farsi case, grotte, muri a secco e… fede. Le Orme degli Antenati sono impresse nel calcare, le Piste del Sogno attraversano le Murge, perché in fondo, come le Vie dei Canti degli aborigeni, le Vie dei Sassi sono – qui – elemento comune e unificante di tradizioni culturali, e mappa invisibile del territorio, conoscenza iniziatica e segreta tramandata di generazione in generazione. Identità.

di Andrea Mattei
© 2018 Ediciclo Editore s.r.l. Tutti i diritti riservati
photo credits: Piero Amendolara

Ciclabili e Cammini per narrare territori

Attraverso le ciclabili si aprono linee di approdo nella cultura e nel paesaggio, una narrazione che si snoda lungo i cammini che consentono scoperte di luoghi, territori e tradizioni.

La mobilità dolce è uno straordinario connettore sostenibile di relazioni tra l’uomo e il paesaggio: tracce su cui costruire immagini o racconti. Così è stato pensato il progetto “interpretativo” editoriale proposto da Edicilo dal titolo “Ciclabili e Cammini per narrare i territori“.

Ti proponiamo la lettura di un estratto per tre degli Autori: Diana Giudici, Paolo Pileri e Alessandro Giacomel. Al volume hanno contribuito anche Camilla Munno, Rossella Moscarelli, Federica Bianchi (© 2018 Ediciclo Editore – Tutti i diritti riservati)

VENTO di Diana Giudici

Una ciclabile o un cammino disegnati senza un progetto di territorio sono un legame muto. Ce ne siamo convinti durante questi anni di ricerca sul progetto VENTO. L’idea di VENTO, di una dorsale cicloturistica lungo il fiume Po, nasce nel 2010 con una visione dichiarata: ricucire la bellezza dei territori attraversati, rianimandone la vitalità. A partire da questa visione VENTO prende forma attraverso due anime, facce della stessa medaglia. La prima consiste nel progetto dell’infrastruttura: oltre 700 chilometri di ciclabile, da Venezia a Torino, che corre soprattutto sulle sommità arginali del Po. VENTO sarà una pista ciclopedonale dedicata, con un fondo continuo, sicuro, senza interruzioni, e con soluzioni tecniche unificate su tutto il tracciato. La sicurezza e la continuità dell’infrastruttura, che rendono il viaggio in bicicletta o a piedi un’esperienza bella e alla portata di tutti, permettono di guardare anche all’altra faccia della medaglia, le tante e varie ricadute positive che si generano a beneficio dei territori lambiti. Le dorsali come VENTO aprono le porte a centinaia di migliaia di viaggiatori. E saranno loro, nello scambio con i luoghi e con chi li abita, a rianimare economicamente, socialmente e culturalmente quelle aree fragili, oggi dimenticate. VENTO riapre al pubblico il paesaggio del Po, il piacere di visitarlo, percorrerlo e scoprirlo con il ritmo slow delle nostre gambe, a piedi o in bicicletta. La linea di VENTO coinvolge un territorio ampio con l’obiettivo di rigenerarlo nella sua identità e dignità, rianimando centri storici svuotati e in abbandono, innescando recuperi di beni dismessi e attivando nuovi posti di lavoro.

VENTO quindi non è una banale infrastruttura e nemmeno una campagna di marketing territoriale per promuovere il Po, bensì un progetto di territorio. È sempre importante ribadirlo a tutti e in particolare alle istituzioni locali e centrali: oggi VENTO è un progetto di priorità nazionale per il Paese, è stato inserito nel Sistema Nazionale delle Ciclovie Turistiche (nato nel 2016 per volontà del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in collaborazione con il ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) e usufruisce di importanti finanziamenti grazie alle risorse stanziate dalle leggi di stabilità 2016 e 2017. Dopo anni di ricerca e condivisione del progetto sul territorio, VENTO nel prossimo futuro diventerà realtà.

Dall’esperienza del progetto VENTO e dalle intenzioni culturali che ne sono alla base prende le mosse questo libro, il cui obiettivo è indaga- re possibili forme di narrazione dei territori attraversati integrandole nei progetti di infrastrutture leggere, vuoi ciclabili, vuoi pedonali. La maturità raggiunta da molti linguaggi artistici contemporanei è divenuta una chiave espressiva potente per coinvolgere abitanti e viaggiatori in qualcosa che non li lascia più indifferenti ai luoghi che attraversano. Il racconto del territorio diviene il contenuto vivo e dialogico di queste infrastrutture.

FILO NARRATIVO, PROGETTO DI TERRITORIO, di Paolo Pileri

Da sempre, e non solo in Italia, cammini e ciclabili sono assimilati alle infrastrutture stradali. Da esse mutuano, ridimensionandole, geometrie, manufatti, uso dei materiali e dispositivi di segnalazione. Non è inusuale che i codici stradali li trattino come mini strade o mini autostrade. Ma è proprio questo che ciclabili e cammini non sono. Innanzitutto perché, anche se nascono per congiungere due luoghi, da sempre e inevitabilmente il tipo di movimento che accade là sopra produce mutua relazione tra chi si muove e ciò che è intorno. La lentezza lavora come una lente (e il gioco di parole non è casuale) che rende possibile percepire anche le piccole sfumature del mondo che si attraversa e che formano il lungo e cangiante racconto di territorio. Questa è l’intima differenza tra quelle che potremmo chiamare linee veloci e linee lente: queste ultime sono narrative. Una differenza sostanziale di cui politici, pianificatori e progettisti devono non solo avere piena consapevolezza, ma anche trattare adeguatamente mettendo a punto attenzioni, norme e dispositivi progettuali totalmente diversi.

Nelle pagine di questo libro vedremo alcuni esempi che, lavorando con elementi simbolici, hanno provato a catturare l’attenzione del passante comunicandogli che là accade qualcosa o che vi è una storia che vale la pena conoscere o un’emozione che qualcuno ha la bontà di regalare a chi passa, fissando una relazione affettiva tra abitanti e passanti. Spiegando che si tratta di luoghi e non di spazi. Queste sperimentazioni, a vederle bene, anche nella loro diversità, ci suggeriscono un nuovo campo progettuale che potrebbe misurarsi proprio con ciclabili e sentieri, esaltandone l’innata vocazione narratrice. D’altronde, come ci ricorda Rebecca Solnit, un sentiero può essere “una delle principali interpretazioni del modo migliore per attraversare un paesaggio, e seguire un itinerario significa accogliere un’interpretazione”. 

Le cose però, talvolta, sono più complicate e richiedono di moltiplicare i nostri sforzi di attenzione. Se ci focalizziamo sul sentiero per un momento, senza distaccarci dal tempo in cui siamo, dobbiamo fare i conti con il fatto che, oggi, di molti di quei sentieri rimangono solo poche tracce. L’uso e l’abuso delle auto hanno non solo cancellato i sentieri, magari andandoci sopra o sostituendoli con sbadate urbanizzazioni, ma rimosso la cultura popolare del movimento lento. Eppure oggi le cose stanno cambiando. Migliaia di persone si sono messe lo zaino sulle spalle e hanno inforcato una bicicletta consegnando ai progettisti una nuova sfida: riaprire i sentieri scomparsi, ricucire i monconi ciclabili tra loro, ridare dignità alle stradine di campagna interrotte dalla prepotenza delle tangenziali. Quella rete scucita, che non porta da nessuna parte e genera disagio e disorientamento, ha bisogno di cure e di reinvenzioni. Da alcuni anni è ripresa la domanda di infrastrutture leggere (VENTO è figlio di questo riaffioramento culturale). Così è tornata l’esigenza di progettarle, in parte rimettendo assieme gli antichi tratti (è il caso della Via Francigena), in parte generandone di nuovi (è il caso del Sistema Nazionale delle Ciclovie Turistiche). Ma questa esigenza richiede a sua volta di definire meglio cosa significa progettare ciclabili e ancor più quelle turistiche di lunga distanza, i cui obiettivi sono decisamente diversi dalla viabilità dolce urbana. E proprio sulla soglia della domanda di progettazione nasce questo libro, il cui scopo è mostrare al progettista, e non solo a lui, che non basta avere padronanza degli attrezzi tecnici degli “stradini” per disegnare le nuove “mini strade”, ma occorre formare una nuova consapevolezza che sveli le linee lente come corde vocali di un territorio altri- menti muto o balbettante: benvenuti nel campo del progetto di territorio. Ognuno di quei fili leggeri funziona da struttura portante nascosta, come una specie di “filo di ferro” che può sorreggere i fragili racconti che sono depositati nel territorio che si attraversa, nel paesaggio che si ammira, nei profumi che si sentono, nei volti che si incrociano, nei gusti che si incontrano, nelle storie che sono custodite dietro una porta o un portone, nei mestieri che resistono, nel colore dei muri che si sfiorano, nella varietà dei campi coltivati, nella frescura di un bosco, sulle orme di quanti, prima, hanno a loro volta raccontato quei luoghi. Questo è ciò che cerca un viaggiatore a piedi o in bicicletta, e la strada deve farglielo incontrare. La dimensione narrativa è ciò su cui ci preme fermare l’attenzione in questo libro. Da non confondersi con lo storytelling di cui spesso sentiamo dire, invenzione di un recente marketing promo commercializzante il cui fine prevalente è il cosiddetto business di prodotto o esperienziale, che fa da cornice ad azioni volte unicamente, o quasi, a far consumare il turista riducendo, immancabilmente, il territorio a poco più di un super- market e lui a una carta di credito. In quella logica c’è poco spazio per il viaggiatore e moltissimo per il turista. Quel marketing ha incantato anche alcuni urbanisti e politici, ma lo riteniamo inadatto alla rigenerazione di qualità di molti nostri delicati paesaggi. Ci interessa piuttosto una narra- zione pedagogica per chi passa e ontologica per chi abita (e pure il viceversa), il cui fine è riconoscersi nel territorio e riappropriarsi del senso più intimo di ciò che abbiamo intorno, per amarlo. Il turismo lento è ciò che fa al caso nostro. Con la lentezza, torna protagonista il viaggio con il suo corredo fatto di libertà, godimento, relazionalità, riaffermazione di un’idea di tempo libero che è tempo liberato dalla premura e dall’ansia del “tutto e subito” del presente. Il viaggio lento è terapeutico per chi lo pratica ma è anche benefico per i luoghi attraversati che tornano a essere rifrequentati e si rigenerano. Con il turismo lento anche il progetto narrativo cambia registro, ricercando nuove forme con le quali dare voce ai luoghi attraversati consentendogli di raccontarsi. Così, nella narrazione che ci interessa, trovano spazio storie locali o saggezze popolari, parole, memorie di chi ha avuto una vita illustre e da quella casa che si affaccia sul cammino ha iniziato la sua avventura, frasi o proverbi, o ancora una ricetta della tradizione, una data, un’immagine di un viso segnato dal mestiere tipico di quel luogo, un disegno che tratteggia il melone che da sempre lì viene coltivato o la sagoma della facciata della pieve o la pianta della fortezza a base stellata. Tessere vocali imparentate tra loro che un filo può legare assieme in un discorso che qualcuno legge e qualcun altro scrive, generando un legame in cui entrambi si specchiano e riconoscono figli di un medesimo territorio, di una storia che supera la loro dimensione locale proiettandola in qualcosa di più grande.

È il paesaggio, come un mosaico formato da quelle tessere vocali, che parla durante quel paziente inoltrarsi nei luoghi, come piaceva dire a Cesare Zavattini. Il progetto di narrazione va a risvegliare quelle storie riportandole alla luce e diviene così parte inseparabile del disegno di infrastruttura lenta, onorando la sfida di accogliere un’interpretazione e raccontare un territorio entro una struttura narrativa intenzionale (Secchi, 2000). Ecco allora che quel lungo sentiero e quella lunga ciclabile non possono che essere concepiti nella loro dimensione dilatata che nulla ha a che vedere con le artificiose perimetrazioni amministrative locali. A queste geometrie abbiamo ubbidito troppo a lungo e con troppa osservanza, finendo per perdere di vista che quelle linee, come pure la promozione turistica di un luogo, hanno senso se ricomposte in un tutto più ampio e più denso di racconti e sensi. Chi si inoltra pazientemente per luoghi odia le interruzioni tra un comune e l’altro, perché interrompono la sua ricerca di indicatori di senso che umanizzano il percorso (Le Breton, 2003).

Torniamo quindi al filo in quanto infrastruttura relazionale e con- centriamoci su chi abita lungo la linea lenta e sul suo corredo di aspettative sociali, culturali ed economiche. La questione ora è: “Può una ciclabile divenire impulso per quel corredo di aspettative?”. La domanda, immancabilmente, ha per destinazione i politici, i pianificatori e i progettisti. In questi anni, a ridosso del progetto VENTO, abbiamo studiato tante altre lunghe ciclabili turistiche scoprendo che molte di loro sono divenute tracciati lungo i quali si sono compiute vere e proprie rigenerazioni sociali e urbane. Ne è dimostrazione il fatto che un chilometro di una di quelle lunghe ciclabili in Germania o in Austria o in Svizzera arriva a sostenere fino a cinque posti di lavoro, dignitosi, vari per tipologia, durevoli e di qualità. D’altronde ciclabile è una parola composta da cicl– e abile. Questa unione custodisce il segreto di un possibile successo, spiegandoci che stiamo manipolando dispositivi che “abilitano”, che fanno accadere qualcosa di buono fuori da se stessi. Un chilometro di molte lunghe ciclabili europee si porta dietro un indotto economico che oscilla tra i cento e i 350.000 euro per anno (ADFC, 2011 e 2013). Indotti ancor più interessanti soprattutto perché distribuiscono i vantaggi senza snaturare il DNA dei luoghi e lo spirito delle loro culture locali. E questo accade anche per i grandi cammini europei così ben strutturati.

La risposta alla domanda iniziale comincia così a delinearsi e scopriamo che quei fili leggeri sono anche dei potenti generatori di società e di economie locali, e quindi possono offrire importanti opportunità a chi in quei territori vive, ha un’impresa, un’azienda agricola o vuole diventare là una guida museale e non emigrare per forza in una città d’arte. Per natura e per destino, sentieri e ciclabili lunghe possono divenire linee antifragili capaci di dare una concreta, dignitosa e adeguata speranza di riscatto a tanti delicati paesaggi. Ancor più per le aree interne, più esposte di altre ai morsi delle tante forme assunte dalla fragilità: spopolamento, invecchiamento della popolazione, disoccupazione, spaesamento, accessibilità, solo per citare le più note. Così quegli stessi fili e i loro progettisti si trovano addosso la responsabilità di prendersi cura della prospettiva di quei territori, ovvero, interpretando Franco Farinelli, diventano interpreti tangibili di quell’artificio strategico in grado di trasformare i punti dispersi e disorientati in moderno territorio.

DAL SEGNALE AL SEGNO, DALLA INDICAZIONE AL RACCONTO, di Alessandro Giacomel

Questo libro intende esplorare il tema di una nuova narrazione per le infrastrutture leggere, costruita a partire da codici visivi diversi da quelli attualmente in uso. La segnaletica che oggi troviamo lungo le piste ciclabili e i cammini è di due tipi: conforme o non conforme al Codice della strada. Nel primo caso si tratta di segnali il cui codice visivo è predefinito e il messaggio è rivolto principalmente a far rispettare un obbligo: fer- mati!, attenzione!, pericolo!, dai la precedenza!, svolta a destra, vai dritto (vedi immagine sotto). Nel secondo caso, invece, il codice visivo è sempre diverso a seconda della sensibilità del soggetto che lo ha fatto realizzare (parco, comune, associazione, ecc.) e solitamente il messaggio restituisce un’informazione di tipo turistico, culturale oppure indica una direzione (vedi immagine a fianco). Entrambe le famiglie di segnali risultano utili per regolamentare la circolazione di mezzi e persone, oppure per guidare lungo il percorso/cammino, ma inefficaci nel momento in cui è necessario accendere la curiosità del ciclista/camminatore, spingendolo a scoprire le bellezze, visibili o invisibili, dei territori attraversati. Una piccola chiesa, un edificio della bonifica, una cascina, una locanda, un museo, il campo di un’antica battaglia, i livelli delle alluvioni storiche, un’oasi naturalistica, la città natale di un artista: tutto ciò è invisibile agli occhi della rigida segna- letica stradale o di una bacheca informativa fissa in un luogo, densa di informazioni, volta più a descrivere che a emozionare, e comunque poco o per nulla adatta al passo o alla pedalata di chi si muove.

La sfida che vogliamo lanciare è quella di provare a lavorare sulla dimensione emozionale che si può sprigionare percorrendo le ciclabili e i cammini nel momento in cui attraversano un piccolo borgo, passano davanti a un campo o a fianco di un canale. Quale immaginario produrrebbero la sagoma di un campanile, la parola pronunciata da un condottiero o l’immagine del viso segnato dal sole di un contadino, se uscissero dal testo fitto e descrittivo di una bacheca per mostrarsi impressi a terra o su un muro al passaggio di chi pedala o cammina? 

Informazioni emozionali da catturare in movimento lungo i fili leggeri delle ciclabili e dei cammini. Fili densi di storie da narrare, una diversa dall’altra. Fili che a loro volta si intrecciano a formare reti di storie, collezioni di narrazioni fatte di luoghi, spazi, oggetti, persone, segni che permettono al viaggiatore di immergersi nella densità di un luogo, innamorarsi e diventare parte di esso. Uno stato emozionale che è possibile raggiungere solo ampliando la gamma dei codici visivi attuali, provando a esplorare altri linguaggi come la poesia, la scrittura, la street art, l’illustrazione, la grafica, la fotografia, il colore, con la possibilità di combinarli tra loro per rendere il più efficace possibile e affettiva la narrazione stessa. Il progetto di narrazione, per prendere forma, ha quindi bisogno di arricchire la propria grammatica di segni. Per farlo è necessario che la sperimentazione si muova verso nuovi codici visivi in grado di articolare non solo l’esperienza di chi pedala o cammina lungo un percorso, ma anche lo stesso progetto infrastrutturale. Il progetto infrastrutturale “duro”, fatto di ponti, attraversamenti stradali, cordoli, sbarre, raggi di curvatura, pendenze, ecc., atto a predisporre lo spazio fisico del movimento, si arricchisce di una nuova componente, fatta di segni che utilizzano codici visivi in grado di mettere in contatto l’utente con il territorio. Il processo di costruzione delle linee leggere ha quindi bisogno non solo del progettista esperto degli aspetti tecnici, ma anche di una nuova figura, il progettista che chiameremo “narratore”, abile nel dare forma al racconto, leggere i segni e le storie che si svolgono lungo il filo, scegliere i codici visivi adatti che combinati tra loro diano forma a
dei segnali, decidendo infine dove collocarli: a terra o su un muro, vicino o lontano. 

La figura del progettista tecnico e quella del progettista narratore sarebbe preferibile fosse la stessa, in ogni caso il loro lavoro si deve armonizzare, in quanto molte scelte del primo hanno ricadute su quelle del secondo. Si pensi, per esempio, al tema della scelta del tracciato: per il tecnico la scelta del tracciato è legata ad aspetti di tipo qualitativo (con- testo attraversato) e quantitativo (rapporto costi/benefici), mentre per il narratore la scelta ha ricadute sul fatto che ogni tracciato condensa al suo interno tante emozioni e lui deve riuscire a dare forma al proprio racconto. Oppure, nel caso della velocità, per il tecnico è un fattore che determina la dimensione e i raggi di curvatura dell’infrastruttura, mentre per il narratore è legata a come verranno percepiti i segni che lungo il percorso permetteranno di attivare il racconto e di seguire il filo narrativo: a velocità alte corrispondono percezioni dilatate e di insieme del paesaggio, a velocità lente emergono altri elementi che si aggiungono al quadro di insieme e che possono essere percepiti fin nei particolari.

Per riuscire a narrare la bellezza dei luoghi, oltre a nuovi codici visivi e a una figura professionale in grado di dargli forma, è indispensabile predisporre un progetto ben coordinato, nell’ambito del quale il progettista deve essere in grado di controllare più aspetti: la velocità con cui dovrà essere percepita la storia, i codici visivi adatti a innescare le emozioni, la dimensione e la cadenza dei segni, le modalità con cui lo sguardo del ciclista/camminatore si muovono dal segnale posto sul percorso verso il racconto, la scala vasta della narrazione che non può essere locale e frammentata ma tenere l’estensione di tutta la linea lenta che spesso supera i 700 chilometri, come nel caso di VENTO.

Un progetto complesso che non può essere lasciato al caso o all’autoproduzione locale, perché il rischio è la frammentazione del racconto, come oggi spesso accade difronte a una Babele di segnali (frutto di un eccesso di burocrazia-normazione-miopia, oppure della loro completa assenza) (vedi immagine a fianco). Situazioni che oltre a essere indice di una cattiva progettazione, disorientano chi le percorre, interrompono la narrazione e con essa quel sentimento con cui si abbraccia il territorio come un tutt’uno. La “tenuta” del filo narrativo, cioè la continuità del racconto, dipende inoltre dalla chiarezza con cui viene raccontata la storia. Il fatto che ogni filo possa ospitare una sola storia, quella che il progettista narratore deciderà di “scrivere” lungo il percorso, implica delle scelte su cosa includere nel racconto (per esempio, un museo, un edificio della bonifica, un campanile percepito da una sommità arginale, ecc.) e cosa escludere (per esempio, una piazza, una vicenda storica locale, un piatto tipico, ecc.). Un’azione, quella del mettere e del togliere, che termina nel momento in cui si è trovato il giusto grado di approfondimento con il quale raccontare la storia: il modo più semplice per conseguire la semplicità è attraverso una riduzione ragionata (Maeda, 2006). Il progettista deve essere abile a innescare la curiosità, e il suo lavoro si deve interrompere poco prima della soglia – troppi dettagli sovraccaricherebbero il racconto, troppo pochi non permetterebbero di coglierne la continuità per dare modo solo al ciclista o al camminatore di decidere se superarla approfondendo il racconto (deviando per visitare una chiesa barocca il cui profilo è riprodotto su un muro lungo il percorso, o seguendo la sequenza di sagome di animali riprodotte a terra, che si riproducono nell’area naturale che in quel momento sta attraversando) oppure proseguendo liberamente il proprio viaggio.


+INFOhttps://www.ediciclo.it/libri/dettaglio/ciclabili-e-cammini-per-narrare-territori/

Il ministro Centinaio: “Offrire servizi adeguati lungo i cammini”

Istituzioni a raccolta all’Abbazia di Spineto, a Sarteano, riunite per due giorni sul tema dei Cammini per creare una rete di cammini interregionali e promuoverla attraverso la costruzione di un prodotto turistico complesso.

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Terza edizione degli Stati generali dei Cammini

“I Cammini sono un modello di turismo lento che si sposa perfettamente con il sistema territoriale collinare del Friuli, consentendo di scoprire e riscoprire tesori nascosti, che altrimenti rimarrebbero dimenticati”. Lo ha affermato l’assessore regionale alle Finanze, Barbara Zilli, intervenendo oggi a Colloredo di Monte Albano (Udine) alla terza edizione degli Stati generali dei Cammini.

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Tutto pronto per la terza edizione di All Routes lead to Rome

Inaugurerà esattamente tra un mese – il 16 novembre 2018 – la terza edizione di “All Routes lead to Rome“, il Meeting degli Itinerari, delle Rotte, dei Cammini e delle Ciclovie che continua a sorprendere con le sue formule innovative, mirando a diventare una piattaforma nazionale per la mobilità dolce, in forma di dialogo strutturato tra le istituzioni, le imprese, il terzo settore e i cittadini.

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A Matera debutta il “Progetto Cammini”

Debutta il progetto “I Cammini – Tracce di religiosità nelle diocesi della Basilicata”: martedì 16 ottobre alle 18.30 nella Cattedrale di Matera farà i primi passi il progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, coprodotto dall’Arcidiocesi di Matera-Irsina, dall’Associazione Parco Culturale Ecclesiale “Terre di Luce e dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019, patrocinato dal Pontificio Consiglio della Cultura e dall’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana.

E’ quanto scritto in una nota del direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi Matera-Irsina, Domenico Infante.Il progetto Cammini è il contributo concreto della Chiesa di Matera-Irsina al percorso della città dei Sassi che il prossimo anno sarà la Capitale Europea della Cultura“.
Interverranno, oltre all’arcivescovo di Matera-Irsina monsignor Antonio Giuseppe Caiazzo, il Presidente dell’Associazione Parco Culturale Ecclesiale “Terre di LuceLindo Monaco, l’assessore alla Cultura del Comune di Matera Gianpaolo D’Andrea e il Presidente della Fondazione Matera Basilicata 2019, Salvatore Adduce. L’attore e regista Lello Chiacchio interpreterà “L’uomo che poneva domande” mentre Padre Ermes Ronchi interverrà su “La bellezza nutrimento dell’anima”, con il contributo musicale dell’Ensemble “Kroma” diretto dal Maestro Gianluigi Borrelli.

I Cammini” coinvolgerà nell’arco di 18 mesi le 6 diocesi della Basilicata in un programma di oltre 100 iniziative progettate secondo 8 percorsi tematici. In particolare, fino alla prima metà del 2020, è stata ipotizzata una prima serie di “cammini” che da un lato consentiranno di operare una “mappatura” di luoghi, siti e “patrimoni” della cultura e della pietà popolare (come le cattedrali o le feste tradizionali), dall’altro coglieranno alcune opportunità favorevoli (come il raduno delle Confraternite) e da un altro ancora insemineranno una metodologia di presenza e di animazione del territorio.

Il primo appuntamento importante, previsto all’interno del “Cammino delle Cattedrali”, si terrà sabato 20 ottobre alle 19,30 nella Cattedrale di Matera, dove la Fondazione Orchestra Lucana, diretta dal Maestro Vincenzo Perrone, eseguirà con i Cori Riuniti il concerto “Nigra sum sed formosa”: un Oratorio Mariano in otto quadri per voce recitante, coro misto ottoni e timpani fuori campo, riproposta per la visita della Madonna di Viggiano con una parte di fisarmonica sapientemente aggiunta dal Maestro Damiano D’Ambrosio in occasione del Fadiesis Accordion Festival.