Viaggiatori, viandanti, pellegrini o semplici turisti?

Ce lo chiedono in molti: che differenza c’è tra un cammino e l’altro? E’ solo una questione di paesaggio? Oppure le differenze sono piuttosto da cercarsi nella motivazione che spinge le persone da sempre, nella storia, a muoversi di territorio in territorio?
Per tentare di offrire una risposta, l’abbiamo chiesto a Gaia Martina Ferrara, autrice del volume “Del Viaggio lento e della Mobilità sostenibile“, il “libro bianco” degli Itinerari, insieme a Simone Bozzato e Federico Massimo Ceschin.

Gaia è una cicloviaggiatrice che ha percorso decine di migliaia di km in sella alla sua bici, dalle fredde terre d’Irlanda alla Terra Santa, lungo i percorsi più celebrati – come il Cammino di Santiago – ma anche lungo le più attuali direttrici su cui il Governo sta investendo con il progetto delle Ciclovie nazionali. Esperienze importanti che, sommate agli anni di studio e di ricerca, le consentono di offrirci una sorta di vademecum, già condiviso da decine di esperti del settore.

Homo Viator

Con questo termine tardo-antico e post-classico ci si riferiva al messaggero o al cursore pubblico incaricato di portare ordini e corrispondenza o per altri incarichi simili. Avviandosi su percorsi ben tracciati e individuabili nelle mappe dell’epoca e nei segni del territorio.
Con “viator” oggi si intende qualsiasi persona in movimento, anche se con la consapevolezza di un termine che trova il proprio maggiore riferimento nell’ Uomo alla Ricerca del Sacro, e dunque nel pellegrino: tra le diverse motivazioni che spingono a mettersi sulla via, il cristiano in particolare vi riconosce i significati dell’umiltà della sequela di Cristo (che indica, ed è in sé stesso “La Via”) e della sicurezza della fede.

Viaggiatore

Dalla parola “viaggio” deriva il verbo viaggiare, che inizia a essere usato non prima del Seicento. Da “viaggiare” si è poi formato il termine viaggiatore, che inizialmente si utilizzava per gli esploratori, i mercanti e gli scienziati che partecipavano a missioni di scoperta, per poi smarrire progressivamente ogni senso mitico.
È in corso un ritorno al significato originario, per distinguere la categoria dei “viaggiatori” e dei “viandanti” da quella dei più semplici “turisti” e degli “escursionisti”: persone che intendono il viaggio come un grande veicolo di cambiamento personale, perché costringe a interagire con persone, culture e luoghi non familiari. Costringe a essere stranieri, estranei, a vivere all’esterno del recinto delle proprie abitudini, stimolando il confronto e lo spirito di adattamento.
Il viaggio, inteso in questo senso, richiede senz’altro un notevole coinvolgimento e impiego di energie nella preparazione, nonché un maggiore impegno dal punto di vista fisico, rispetto al turismo o alla più semplice vacanza.

Turista

Chi viaggia e soggiorna per turismo fuori della sua sede abituale. Indipendentemente dalla motivazione, il turista è un consumatore di un nutrito insieme di attività e di servizi organizzati a carattere polivalente che si riferiscono al trasferimento temporaneo dalla abituale località di residenza ad altra località per fini di svago, riposo, cultura, curiosità, cura, sport, ecc.
L’Organizzazione Mondiale del Turismo (World Tourism Organization, Agenzia specializzata delle Nazioni Unite) definisce il turista come colui che viaggia in paesi diversi dalla sua residenza abituale e al di fuori del proprio ambiente quotidiano, per un periodo di almeno una notte ma non superiore ad un anno e il cui scopo abituale sia diverso dall’esercizio di ogni attività remunerata all’interno dello stato visitato. In questo termine sono inclusi coloro che viaggiano per: svago, riposo e vacanza, visite ad amici e parenti, motivi di affari e professionali, di salute, religiosi.

Viandante

Secondo l’enciclopedia Treccani, “chi va per via”. In particolare chi passa per vie esterne alle città, viaggiando a piedi, al fine di raggiungere luoghi anche lontani.
Si riprende qui una dimensione quasi romantica del viandante e del “viandare”, come condizione e predisposizione dell’anima all’errare che – a sua volta – è inteso sia in senso di “andare qua e là senza direzione o meta certa, vagando” ma anche “sviarsi, ingannarsi, perdersi”. È la condizione idealizzata dalla figura di Ulisse, che nel suo “errare” incarna la condizione stessa dell’Uomo nel corso della Vita.

Escursionista

Nel Dizionario Treccani è definito Escursionista “chi compie un’escursione o si dedica abitualmente all’escursionismo”. In una accezione maggiormente estensiva, s’intende chi effettua una breve visita (raid) fuori dalla propria sede abituale.
Nell’uso comune è più frequente riferirsi a chi pratica l’escursionismo, nella natura o in montagna.

Cicloescursionista

Colui che pratica l’uso della bicicletta per finalità ludico-sportive-ricreative, con escursioni brevi (una giornata) e prevalentemente su “sentieri escursionistici”, utilizzando bici idonee (es. mountain bike).
Esistono codici etici che regolano il comportamento dei cicloescursionisti e del loro rapporto con la montagna e con l’ambiente, per la sicurezza e il rispetto di sé stessi, della natura, dell’altro.

Cicloviaggiatore

Colui che intraprende un percorso nello spirito del Viandante, del Pellegrino o del Viaggiatore, utilizzando la bicicletta.

Pellegrino

Colui che viaggia con prevalente motivazione umana o spirituale per recarsi ad un luogo Santo [cfr. Pellegrinaggio].
Peregrinus ha origini antiche: dal latino per ager, indicava colui che si avventurava per i campi, e più in generale lo straniero che giungeva a Roma per devozione, indicando una situazione di fatto. Nel medioevo e nella letteratura il significato si è ampliato, ad indicare il viandante, colui che va errando qua e là fuori della propria patria, che si sposta frequentemente da luogo a luogo. Un esule, un errante, un errabondo. Un forestiero, uno straniero, un esotico.  O, ancora, nel lessico, talvolta strano, singolare, fuori dal comune.
Col tempo, la parola ha assunto un significato più complesso e profondo, implicando la dimensione della scelta: colui che intraprende un pellegrinaggio, infatti, non si trova ad essere, ma si fa straniero e di questa condizione si assume le fatiche e i rischi, per andare alla ricerca del senso di sé e della realtà che lo circonda, e trovare così pace e conforto per il presente, e speranza di salvezza per la vita ultraterrena.
Nello spirito della Lettera a Diogneto il senso cristiano del pellegrinaggio arriva ad assumere un significato olistico fino a rappresentare la metafora stessa del passaggio dell’Uomo sulla terra, nel tempo della vita: “I Cristiani abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. In una parola sono nel mondo quello che è l’anima nel corpo. L’anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo”.

Sin dall’antichità il pellegrino porta con sé oggetti distintivi come il mantello, la bisaccia, il bordone, il cappello a tesa larga, il simbolo del luogo verso il quale si sta recando (come la Concha – la conchiglia di San Giacomo, che ancora oggi contraddistingue i pellegrini). E poi ancora:

  • La Credenziale, o Passaporto del pellegrino, è il documento che lo identifica come tale, ed al contempo un ricordo di viaggio. Viene timbrato in ogni tappa o momento significativo del Cammino o del pellegrinaggio, fino all’arrivo alla meta finale dove – nei principali santuari – viene rilasciato il Testimonium. In passato, data anche la pericolosità del viaggio, la credenziale era un viatico: un lasciapassare che garantiva anche l’accesso e protezione e accoglienza;
  • Il Testimonium, o Compostela a Santiago, è il documento che attesta l’avvenuto pellegrinaggio e, per i credenti, riconosce la remissione dei peccati. A Santiago, come a Roma, viene rilasciato se si dimostra di aver compiuto almeno 100 km a piedi a cavallo o 200 in bicicletta.

Migrante

Si assume che migrare sia condizione ontologica dell’Essere Umano. L’Uomo è Migrante. Lo è per natura: da sempre uomini e intere popolazioni si spostano alla ricerca di adeguate condizioni di vita, se non addirittura per sopravvivere.
In una concezione fortemente spirituale, il tempo stesso della vita può essere inteso come un migrare, come un pellegrinaggio sulla terra, da un “Tempo” ad un altro.
Le contingenze della cronaca contemporanea, non ancora divenuta storia, costringono a guardare il profilo dell’emergenza umanitaria e politica che ha assunto il fenomeno migratorio. Noi ci ostiniamo a ritenere che, nonostante l’attualità, “Migrante” sia semplicemente colui che lascia la propria casa, per necessità o per scelta, implicando uno spostamento radicale. Una condizione che, potenzialmente, riguarda tutti…

 

Leave a Comment

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: